queenseptienna: (Hannibal)
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Titolo: Lizzie
Rating: PG15
Fandom: Originale
Trama: Quaranta colpi di ascia prima di andare a dormire

Lizzie Borden took an axe,
Hit her father forty whacks.
When she saw what she had done,
She hit her mother forty-one



Pesa. Le mie fragili dita si chiudono intorno al manico di legno usurato, ma vengo sbilanciata in avanti dal pesante pezzo di metallo tagliente che lo rende un’arma crudele. Così come i vecchi spaccavano la legna nei boschi con questo strumento, io farò lo stesso con le loro ossa marce. Devo farcela, anche se quest’ascia pesa così tanto da farmi male ai muscoli delle braccia.
Dal capanno del cortile attraverso aiuole in cui i fiori si sono seccati sotto la forza del sole di agosto. Un’estate insolitamente bollente per essere in Inghilterra, dicono giù in paese, ma per me non fa differenza. Ho sempre freddo. Scricchiolano i resti vegetali sotto le mie suole di scarpe di vernice vecchia e crepata, ereditate da una sorella più grande scomparsa nel nulla diversi anni fa.
La porta di legno graffiato si staglia contro la veranda. Le vecchie assi gemono dolorosamente sotto il peso dei miei passi. Dentro casa mi domando ancora una volta se ciò che sto per fare è giusto, ma non è più tempo per i ripensamenti, non ci sono più attimi preziosi del presente sprecati per ricordare un orrido passato.
Devo ucciderli.
Devo ucciderli perché non c’è giustificazione, non c’è scusante alla loro esistenza scialba e piatta. Nei miei sogni, di notte, vivo una vita diversa, una vita dove sono felice e i miei genitori non solo mi amano, ma risplendono di vitalità. Invece quando mi sveglio mi ritrovo nella realtà della mia esistenza, dove mio padre vegeta su una poltrona urlando a chiunque gli si pari davanti e mia madre lo asseconda con reverenza e crudele odio nei miei confronti.
«Lizzie, Lizzie. Per colpa tua non ho più un lavoro. Avrei dovuto cavarti fuori dal mio grembo con una gruccia» soleva dirvi quando era particolarmente di buon’umore.
Entro nel salotto, so che lo troverò lì, addormentato sulla poltrona e il giradischi impolverato fermo da ormai chissà quanto. Per terra bottiglie di vino costellano il pavimento e devo evitarle, una a una, come un percorso a ostacoli.
Quando gli giungo di fronte vedo solo una cosa, un ricordo terribile di azioni compiute per suo volere, con mamma che osservava disgustata e compiaciuta.
Strizzo gli occhi per scacciarlo e le dita si flettono intorno al manico dell’ascia. Non si accorgerà di niente, talmente è ubriaco. Sollevo l’arma sopra la testa, le braccia tremano e dolgono, ma non esitano. Con tutta la mia forza calo il colpo. Il cranio si spacca a metà e succede qualcosa che non avrei mai immaginato: l’ascia si incastra. Papà emette un gemito flebile, la vita lo sta abbandonando per sempre. Puntello il piede sulla poltrona e tiro l’ascia con tutte le mie forze e, quando finalmente la libero, carico di nuovo. Due, tre, quattro… trentanove, QUARANTA.
Quando decido di smettere faccio un passo indietro e osservo la mia opera. Di mio padre non è rimasto niente, al suo posto c’è solo un’ondata di sangue che ha ricoperto i muri sino al soffitto.
Mi asciugo la fronte, soddisfatta, finché non sento il cigolare della porta sul retro, in cucina. Mamma è tornata.
Per lei quaranta colpi non sono abbastanza, gliene do quarantuno. Alla fine neppure di lei è rimasto molto, ma va bene così, non che mi aspettassi di meglio. Non sono nemmeno rimasta a guardare i loro sguardi stupiti, perché non me ne hanno dato il tempo. Io non gliene ho dato.
Sorrido e lascio cadere l’ascia sul pavimento nel corridoio e mi tolgo il vestito lercio di sangue. Mi lavo nella bacinella d’acqua in camera mia, rimuovo ogni segno. Indosso un abito nuovo. Sono di nuovo perfetta, sono una nuova Lizzie, ma il rumore di un’auto mi fa spaventare. Nessuno viene mai a trovarci da quelle parti, chi diavolo potrebbe mai essere?
Corro fuori, incontro al mezzo, identico a quello ormai arrugginito nel capanno che i miei avevano parecchi anni fa. La macchina si ferma in mezzo al cortile e da essa scendono, armati di bei vestiti e sorrisi caldi pieni d’amore.
«Lizzie, sei pronta?» mi chiede papà, avvicinandosi e dandomi un abbraccio che in vita mia non ho mai ricevuto.
«Chi siete voi?» chiedo, confusa. Ho ucciso i miei genitori a colpi di accetta non più di un’ora fa.
Mia madre sorride. «Sveglia, Lizzie. Torna alla realtà».

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