queenseptienna: (Kingsman)
[personal profile] queenseptienna
Titolo: Infrasound
Rating: PG15
Fandom: Originale
Trama: In una realtà distopica, alcuni appoggiano l'orecchio a terra e ascoltano le vibrazioni.


Tagetes: più comunemente indicato come garofano, è un genere di piante della famiglia delle Asteracee, originarie degli Stati uniti sud-occidentali, del Messico e del Sud America. In Messico è considerato il fiore dei morti.

Astro (nome scientifico Aster L., 1753) è un genere di piante spermatofite dicotiledoni appartenenti alla famiglia delle Asteraceae, dall’aspetto di piccole erbacee annuali o perenni dalla tipica infiorescenza simile alle margherite. Il nome del genere (Aster) deriva dal greco e significa (in senso ampio) "fiore a stella".

Hyacinthus: genere delle Hyacinthaceae (già incluso nelle Liliaceae), originario del mediterraneo orientale Asia minore e regioni tropicali africane, comprende specie bulbose con numerose varietà dalle ricche infiorescenze coloratissime e profumate, il nome del genere deriva dal personaggio mitologico Giacinto ucciso da Apollo.

Mania: è una divinità molteplice, personificava la Follia. Nella mitologia romana era la dea della morte, era stata presa in prestito dalla mitologia etrusca. Insieme a Mantus governava il mondo dei morti. Spesso viene assimilata alle Erinni: infatti, come loro tormenta gli spiriti colpevoli e non da loro tregua. Pausania ci informa che le era dedicato un santuario in Arcadia, tra Megalopoli e Messene.



Con le mani in tasca e la mente occupata a riflettere sulla sua vita di merda, Mania affossò il mento nel petto e continuò a camminare per la sua strada. Nella mano infilata nei jeans teneva stretto il rotolo di soldi che l’ultimo cliente le aveva rifilato. Il palmo sudava contro la carta delle banconote. Si chiese se lasciassero giù l’inchiostro a forza di strizzarle. L’avrebbe fatta sentire sporca e lo era già abbastanza di suo, dopo quel pomeriggio passato tra le gambe di un borghese figlio di puttana.
Di rado il bastardo la chiamava per un servizietto a quell’ora. Sapeva che era affamata di denaro e che lei avrebbe piantato il suo cane pulcioso nella comune in cui viveva e sarebbe corsa da lui. Scosse la testa e con l’altra mano si frugò nella tasca anteriore della felpa, tirando fuori un pacchetto di sigarette e sfilandone una con le labbra. Non doveva fumare mentre era incinta. Beh, non avrebbe dovuto nemmeno battere, se era per quello.
Ributtò il pacchetto nel tascone e rovistò alla ricerca dell’accendino. Nel mentre inciampò in una lattina. Fregandosene della folla di gente che affollava i marciapiedi e che la guardava, tirò un calcio al pezzo di latta e subito qualcosa rimbombò nelle orecchie come il suono di mille piatti infranti, come ogni volta che succedeva qualcosa del genere. Soffriva di un disturbo che le rendeva l’udito fin troppo amplificato.
Il suono le giunse forte e chiaro, riuscì a percepirlo senza problemi, ma a quanto sembrava era solo lei ad avvertirlo. Impossibile, si disse. Non era un rumore, ma tutti avrebbero dovuto…
Non fece in tempo.
A malapena riuscì ad aprire la bocca per urlare a tutti di scappare. L’unica cosa che fece, l’unica cosa che le suggeriva l' istinto, fu quella di voltarsi rapidamente e fuggire in mezzo alla gente che indietreggiava e la fissava senza capire.
Tre secondi più tardi la bomba piazzata all’interno di un elegante bar frequentato da persone per bene esplose, portandosi via mezzo palazzo della trafficata via di New Milan, insieme alle anime di quarantasei persone che si trovavano all’interno o nei pressi.
Un’enorme voragine si era aperta dove si trovava il locale in seguito all’esplosione. Il fumo e il cemento sbriciolato ricoprirono tutto e chiunque accorresse per prestare soccorso, la polvere aleggiava nell’aria, rendendo tutto più terribile. Le sirene delle ambulanze coprirono solo parzialmente il suono orrendo dei gemiti delle persone che morivano sotto le travi e le urla di chi era sopravvissuto, dilaniato dalla vita in giù o senza braccia.
Mania non era stata abbastanza veloce. L’esplosione l’aveva sbalzata via ed era rotolata per terra, strappandosi i jeans consunti e sbucciandosi le ginocchia. Si portò le mani alle orecchie, mentre la bocca si spalancava per il terrore e lo shock, ignorando il caos che le era scoppiato intorno. Ansimò in preda all’angoscia. dentro si sé il suono acuto che la stava lacerando si quietava lentamente, ma ormai era tutto diverso.
Il primo pensiero fu per il bambino che portava in grembo. Con un singulto abbassò le mani e vide il sangue. Tirò su col naso, mentre le lacrime le cadevano sui palmi, mischiandosi al liquido rosso che era colato dalle sue stesse orecchie. L’angoscia la prese alla gola, forse era appena diventata sorda per colpa di una fottuta bomba.
Si alzò a fatica, con l’equilibrio ormai a puttane, e ondeggiò verso il cratere aperto dalla bomba. Il fischio nelle orecchie diminuiva a ogni passo, ma al posto del silenzio, Mania riusciva a sentire ogni cosa, anche la più infinitesimale, come per esempio il lento svolazzare dei fiocchi di polvere e cemento che si posava a terra, rivelando tutto l’orrore di ciò che era accaduto pochi istanti prima.
Percepiva gli ultrasuoni dalla nascita. Con l’esplosione le si erano rotti i timpani rendendola sorda. Ci sentiva ancora, ma in un modo diverso e non era sicura che fosse migliore.
Qualcuno le parlò, ma non riuscì a capire cosa diceva. Le sembrava solo il gorgoglio di corde vocali. Una mano si posò sulla sua spalla e a quel punto Mania sussultò, accorgendosi di un membro del personale medico dell’ambulanza appena arrivata. Il tizio in camice si era accorto delle sue mani insanguinate e le faceva segno di seguirlo.
Intorno alla voragine avevano già a iniziato ad affollarsi polizia e volontari di primo soccorso. Troppi suoni e pochi rumori.
Il medico aprì e chiuse la bocca più volte e Mania si indicò le orecchie, cercando di far capire che non lo sentiva. L’uomo le rivolse un sorriso tirato e annuì, indicandole l’ambulanza e poi la lasciò sola, accorrendo al richiamo di un collega che necessitava del suo aiuto per trasportare un ferito grave.
Intorno a lei tutto viaggiava più lento, ogni cosa sembrava sospesa, quasi rallentata. Se ci fosse stata una musica di sottofondo sarebbe stata una canzone Bob Dylan con The times they are changing, ma quello non era Watchmen, era un pezzo della sua fottuta vita.
Fu in quell’istante di solitudine che Mania si rese conto di avere un dono e non era quello che aveva nell’utero.


Anni dopo

«Prima regola del Fight Club, non parlare mai del Fight Club.»
Un coro di risate sguaiate si levò intorno a Aster, che chiuse gli occhi con un vago senso di sconforto. Non si era unito a quella banda di pazzi per sentire citazioni di vecchi film. Era lì per fare qualcosa. Forse solo uccidere, chi lo sa?
Solo Dio lo sa.
«Dai, non prendertela» ridacchiò Butcher, rifilandogli una manata su una spalla. «Cerchiamo di farti sentire a tuo agio.» A quel gesto Aster gli rifilò un’occhiata omicida e si scostò di un passo, sentendo le mani prudere per il fastidio.
Butcher, al secolo Giacinto Verbato, prima del Dominio faceva il macellaio a New Milan. Buffo il fatto che come soprannome avesse scelto l’anglicizzazione del proprio mestiere, chiunque si sarebbe sentito a disagio a chiamarsi come un fiore.
Il Dominio era il nuovo regno istituito da Mania la Sorda, qualcosa di cui qualunque italiano avrebbe voluto volentieri fare a meno. Tutti erano rimasti impotenti di fronte alla rapida ascesa politica di una donna non udente, in grado di emettere ultrasuoni così potenti da far esplodere la testa a chiunque le si parasse davanti. Le autorità avevano deposto le armi di fronte all’inspiegabile. In pochi mesi la situazione si era ribaltata e la donna venuta dal nulla comandava l’esercito, imponendo una dittatura senza eguali.
Solo negli ultimi anni, un manipolo di ribelli cercava di sollevarsi in difesa del popolo. Nessuno però sapeva chi comandava i dissidenti.
«Ok. Seriamente, come funzionano le cose qui?» chiese Aster, iniziando a spazientirsi. Quel tizio grande e grosso che assomigliava a un soldato inglese dell’Ottocento, gli piaceva, ma più perdevano tempo, più il Dominio si espandeva e lui non aveva attraversato mezza Italia a piedi per arrivare lì e farsi prendere per il culo da un branco di dilettanti.
«Giusto, le regole.» Butcher sorrise, mostrando i denti come uno squalo. «Lei vive qui.» Con un grosso dito indicò il capannone in cui si trovavano, poi lo abbassò verso una porta dipinta di rosso vivo. Pareva sangue. «Là dietro, per essere precisi. Purtroppo la possiamo vedere solo una volta al giorno, c’è una signora che si occupa di lei per il resto del tempo.»
Aster non poté fare altro che annuire. Sapeva poco della Bambina Cieca, se non che sotto di lei si riunivano tutti quelli in grado di avvertire e comunicare con gli infrasuoni. Lui era uno di quei pochi eletti che con il giusto addestramento in materia sarebbero divenuti vere e proprie macchine da guerra. Non aspirava ad altro.
«Vieni, ti presento a lei.» Butcher gli fece segno, lo condusse fino alla porta verniciata di rosso e la spinse, rivelando l’interno: una grossa stanza completamente bianca, il cui pavimento era per intero cosparso di garofani rossi. Al centro della camera, seduta su una poltroncina, c’era la Bambina Cieca. Non aveva più di dodici anni. Era vestita di bianco, gli occhi erano coperti da una benda rossa e batteva continuamente un piede per terra.
«Ciao» esclamò, quando i due uomini furono a pochi passi da lei, non fermando il proprio piede. «Sono Tagete e sapevo che eri qui da quando… beh, da quando eri in Via dei Campi, Aster.»
Butcher ridacchiò, mentre Aster spalancava gli occhi. Via dei Campi era a più di venti chilometri di distanza da quel posto dimenticato da Dio. Se lei era riuscita a sentirlo da così distante… Si riprese un attimo. «Quindi era il tuo piede, quel rimbombo continuo.»
Tagete sorrise, uno splendido sorriso da bambina. «Già.»
Aster rispose con un sorriso imbarazzato allo sguardo soddisfatto della giovane e di Butcher. Se era una prova, l’aveva apparentemente superata. «Splendido… beh, come funziona adesso?»
Lei si limitò ad allargare le braccia, battendo il piede più forte. Quel suono rimbombò nella testa di Aster come un battaglione di soldati in marcia. «Ti insegnerò. Farò in modo che tu possa imparare a gestire il dono che hai, così come ho fatto con gli altri.» Riportò le mani sulle ginocchia e cessò il movimento della gamba, immobile come una statua di cera. «Devi imparare a non vedere più con gli occhi, ma con le orecchie. A quel punto sarai pronto.»
«Sembra facile.» Aster inclinò la testa, ma subito la raddrizzò di scatto. Tagete aveva battuto il piede una sola volta e qualcosa dentro di lui era impazzito. Non era successo nulla, eppure si sentiva come una mosca intrappolata in un vaso di vetro. Non provava più una simile paura da… beh, da quando aveva partecipato al suo primo colpo di stato in quel paese di idioti.
«Mi sono dimenticata di dirti una cosa» gli sorrise placida. «Gli infrasuoni sono legati alle emozioni. Controlla quelle e sarai il re del mondo.»


Camminare in un edificio pieno di gente armata con gli occhi bendati fu il meno. Gettarsi da un grattacielo con una corda assicurata alla caviglia e senza possibilità di vedere, quello sì che fu qualcosa di allucinante, ma anche di liberatorio. Di solito quando si gettava da altezze così elevate lo faceva sempre con occhi ben vigili e soprattutto aperti.
Aster poteva sentire la risata di Tagete anche senza che lei fosse lì. Avvertiva le sue emozioni e comunicavano tramite quel sottile mondo fatto di suoni che gli altri non potevano percepire. Era un po’ come stare dentro una bolla dove potevano parlare solo loro escludendo il mondo, e viceversa, visto che su di loro gli ultrasuoni erano totalmente inefficaci.
Nel frattempo a New Milan le cose si erano fatte molto più difficili per tutti. Il Dominio si era espanso a nord, conquistando terre che non erano mai state italiane. La Polizia era diventata un organo di repressione della libertà invece che di difesa al cittadino. Era stata dotata di strumenti in grado di emettere potenti ultrasuoni udibili anche dall’orecchio umano. In quel modo chiunque avesse provato a ribellarsi avrebbe avuto le orecchie sanguinanti o le sarebbe esplosa la testa a seconda dell’intensità con cui gli ultrasuoni venivano emessi.
«Per nostra natura non possiamo avvertire gli ultrasuoni» disse un giorno Tagete, prima di elencare ad Aster le attività che avrebbero condiviso quel giorno. «Siamo qualcosa che non dovrebbe esistere in natura, eppure siamo l’unica risorsa in questo paese malato.»
«Allora spiegami perché non abbiamo mai fatto niente da quando sono arrivato» sbuffò Aster, ricacciandosi indietro un ciuffo di capelli neri. Lo angosciava il crogiolarsi nell’inutilità quando tanti concittadini avevano bisogno che le cose fossero rimesse a posto.
Tagete volse il viso verso di lui. Nonostante avesse una benda sugli occhi, il suo sguardo oltrepassava la stoffa e gli arpionò il cuore in una stretta. «Niente? Ti pare niente quello che stiamo facendo?»
Aster cercò di calmarsi e combattere la sensazione di perdersi nel vuoto. Sul serio, quella bambina manovrava le emozioni altrui in una maniera che non gli piaceva per niente. Si appuntò mentalmente di sistemare la faccenda una volta che l’obiettivo fosse stato raggiunto. Tagete doveva mantenere le distanze. «Beh sì. Insomma, sentilo. Là fuori la gente vive asserragliata nelle proprie case se non te ne sei accorta e tu stessa hai detto che noi siamo la chiave per sistemare le cose.»
«Quando saremo tutti pronti allora andremo» mormorò la bambina, tamburellando con un dito sulla propria poltrona. Butcher entrò nella stanza e fece cenno ad Aster di seguirlo. Questi lo fece con una certa riluttanza, la risposta sterile della bambina non gli era piaciuta affatto. Non sopportava essere liquidato, soprattutto da qualcuno che era ancora in fase pre-adolescenziale.
«Non prendertela» gli disse Butcher una volta fuori dalla stanza dei garofani. Sembrava stanco e aveva sul viso e sulle braccia dei graffi che quella mattina di sicuro non erano presenti. «Non lo fa apposta, ma ti assicuro che ce la sta mettendo tutta affinché le cose vadano per il verso giusto.»
Aster annuì, seppur controvoglia. Era passato più di un anno dal suo arrivo a Infrasound – era così che Tagete aveva chiamato la base della piccola armata di disadattati – e a parte buttarsi giù da palazzi e imparare a esercitare le proprie emozioni, aveva risolto ben poco. Non aveva fatto niente di eccezionale, nulla di eroico. Non aveva salvato vite, ma molto spesso le aveva viste spegnersi sotto gli assalti della Polizia armata di ultrasuoni durante le manifestazioni rivoltose.
Non era affatto quello che si era immaginato.
Tagete ordinò l’attacco al palazzo di Mania all’alba di una fredda giornata di novembre. Anche in quel caso nulla era come Aster si immaginava che fosse. Nessuno di loro era armato fino ai denti, non erano vestiti come una squadra di SWAT o temerari come i soldati che si dipingevano di nero il volto per mimetizzarsi.
Erano un branco disorganizzato acui per fortuna o per sfortuna erano stati assegnati lui e Butcher in qualità di guida. L’ex macellaio infatti pareva del mestiere. Si vedeva da come impugnava il fucile. Non aveva le mani tremolanti come i ragazzini dietro di loro.
«Sarà un bagno di sangue» mormorò Aster, passando il binocolo all’altro uomo. « Tagete non ha mai voluto addestrare alle armi qualcuno di questi… questi
Butcher sogghignò, con il sigaro spento fra le labbra. Aveva un alito terrificante. «Non è stata lei, ragazzo. Sono stato io. Guardali, siamo in piena notte a tentare un attacco suicida e se la stanno facendo sotto dalla paura. Li ho convinti che ci sarebbero stati più utili con le loro capacità emozionali, ma per quanto riguarda il lavoro sporco… beh, è per questo che ci siamo qui noi.»
Aster fissò la canna del proprio fucile mitragliatore. Avevano viaggiato per tre giorni di fila senza chiudere occhio per raggiungere Roma da New Milan. «Non dovremmo essere qui per uccidere. Possiamo farci strada usando gli infrasuoni.»
«Ma avere un amico al proprio fianco non è mai un male» rispose l’altro, sollevando il proprio mitragliatore Fal BM-59.
«Dove credi di andare con quel ferrovecchio?» lo prese in giro Aster. Di fucili Fal non se ne vedevano più in giro dagli anni ’70, ormai erano fuori produzione.
«Ferrovecchio? Non mi ha mai tradito. Tu piuttosto, sta attento che la tua ferraglia non si inceppi al momento giusto.» L’ex macellaio indicò il suo M60 con un gesto del capo.
L’uomo più giovane scosse la testa con una smorfia e riportò l’attenzione a quello che dovevano fare: penetrare dentro Palazzo Montecitorio e fare fuori Mania la Sorda, a qualsiasi costo. Avevano il vantaggio di possedere due fucili mitragliatori in un’epoca in cui solo i taser e gli emittenti di ultrasuoni erano concessi e tutte le armi da fuoco erano state sequestrate e distrutte dal Dominio per ridurre al minimo qualsiasi possibilità di nuovi golpe. Inoltre, non meno importante, possedevano il fattore sorpresa: gli infrasuoni. Potevano comunicare tra loro in quasi totale e assoluto silenzio, certi di non essere sentiti da nessuno e in grado di usarli per manipolare le emozioni.
Aster tirò un’ultima aspirata dalla sigaretta Black Devil che teneva fra le labbra, lasciando che il sapore del cioccolato si diffondesse sul palato, prima di gettare il mozzicone in una pozzanghera e guardarlo spegnersi velocemente.
Quella notte sarebbe stato il caos.
«Pronto?» chiese Butcher, grattando il rimasuglio del sigaro contro il muro per spegnerlo e poi infilarselo in tasca. Era un cubano, non si sprecavano i cubani.
«Sono nato pronto.»
E più che Un grosso guaio a Chinatown, ci sarebbero stati una montagna di casini a Montecitorio.


Aster si ripulì il sangue dalla faccia. Era sicuro al 100% che non venisse dal suo corpo, ma da quel branco di idioti che la gente si ostinava a chiamare polizia. Non avevano potuto niente contro di loro. Gli emettitori di ultrasuoni erano ridicolmente inutili, al punto che Aster quasi credette per un attimo che ce l’avrebbero fatta.
Poi erano arrivate le scariche elettriche dei taser.
Quando era giunta la cavalleria con armi in grado di scaricare immense quantità di volt di elettricità nell’aria il gioco si era fatto interessante. Li avevano attaccati, ma qualcuno dei ragazzi, armati solo dei propri infrasuoni, era caduto sotto una scarica voltaica decisamente intensa.
Poi era passato Butcher con il suo Fal a radere al suolo qualunque forma vivente gli si fosse parata davanti, amica o nemica. «Perché vi ostinate a vivere quando possiamo seppellirvi per soli quattro dollari e novantacinque cents?»
«Potremmo farcela» mormorò Aster, applicando la cara regola del sparare a qualsiasi cosa si muovesse a terra, fregandosene di chi rimaneva ucciso. «Ma ho quasi finito i caricatori.»
«Anche io» rispose Butcher, con una punta di nervosismo. Poi si sciolse in un ampio sorriso feroce. «Fanculo, andiamo.»


Quando giunsero nella sala che una volta era la sede del Parlamento, trovarono Mania la Sorda seduta al posto della stenografa. Digitava con calma serafica sulla tastiera di una vecchia macchina da scrivere Olivetti, un dito dopo l’altro, con metodica lentezza.
Aster e Butcher si guardarono l’un altro e annuirono, decisi a mettere in pratica quello che Tagete aveva insegnato loro con gli infrasuoni… per scoprire che non funzionavano.
«Ma che cazzo…» ringhiò l’ex macellaio, preso di sorpresa da quell’avvenimento.
«Ultrasuoni e infrasuoni funzionano allo stesso modo, da un certo punto di vista. Solo a frequenze diverse» mormorò la donna, continuando a scrivere su un foglio di carta ingiallito ignorandoli come se non li temesse. «Molto spesso sono qualcosa di così simile…»
Aster saltò giù dagli scalini, con il fucile spianato. «Lo sai che siamo qui per ucciderti e porre fine al tuo stupidissimo Dominio?»
«Aster, non può sentirti, è sord…» fece per dire Butcher, ma Mania si voltò verso di loro, con un sorriso che una volta avrebbe avuto la pretesa di apparire dolce. «Il suono delle vostre parole rimbalza sulle superfici e, grazie agli ultrasuoni, sono in grado di sentire quello che dite. È vero, mi ucciderete, ma siete sicuri di fare la cosa giusta?»
«Hai mandato in vacca questo paese, certo che è giusto!» urlò Butcher, lasciando che tutte le sue emozioni fluissero fuori.
Rabbia.
Dolore.
Impotenza.
Mossa sbagliata.
Nell’istante in cui Butcher si lasciò totalmente andare, Mania si alzò, afferrò la macchina da scrivere e la lanciò con tutte le sue forze in faccia all’uomo, spaccandogli il cranio. Il macellaio cadde riverso a terra, il sangue fuoriusciva dalla testa rotta come il guscio di un uovo.
Aster fece appena in tempo a sfiorare l’impugnatura del fucile e non sparò neppure un colpo. Mania cadde in ginocchio davanti a lui, il sangue le colava dalle labbra su cui aleggiava un sorriso. «Ho detto simili, non uguali
Cadde a faccia in giù vicino a Butcher. Aster sollevò lo sguardo e vide Tagete, i capelli biondi sciolti sulle spalle e la benda che rivelava gli occhi vuoti, ciechi e pieni di follia. Lo sguardo soddisfatto di chi era riuscito ad arrivare dove voleva, come voleva e con i suoi scopi. «Buonanotte, mamma
A quelle parole e all’espressione maligna sul volto della bambina, Aster ci mise poco a collegare la situazione e ancora meno a capire che Tagete avrebbe preso il posto di Mania e nulla sarebbe cambiato, se non in peggio. O forse non sarebbe successo niente, ma non gli importava poi tanto, visto e considerato come promettevano di andare le cose.
Possibile che ci fosse cascato come un pivello? Dove diavolo erano finiti tutti i buoni propositi per il quale aveva combattuto senza risparmiarsi? Si era affidato come un coglione a un gruppo di disadattati comandati da una mocciosa pazza furiosa. L’idea di essere stato fregato gli germogliò dentro, accendendogli quel familiare fuoco caldo nello stomaco che associava a rabbia e delusione.
Aveva passato mesi della sua esistenza a sprecare energie con la sicurezza di costruire un futuro migliore, di poter fare la differenza. In quel momento invece, con Tagete davanti, la consapevolezza di non essere altro che una dannata pedina in una scacchiera molto più grande di lui gli rose l’anima.
Volse la testa verso il cadavere di Butcher, morto stecchito con la convinzione di aver contribuito a una grande causa. Visto come stavano le cose, probabilmente sarebbe risorto per tirare calci in culo a chiunque.
Era morto per permettere a una bambina pazza di effettuare il cambio della guardia e insidiarsi al potere.
Era morto per un fottuto niente.
Alzò il fucile e non ascoltò quello che la ragazzina stava per dirgli. Non le diede nemmeno il tempo di concentrarsi e usare gli infrasuoni su di lui.
Premette il grilletto e il proiettile le aprì un terzo occhio sulla fronte.
C’erano cose, come i giochi di potere, che non si risolvevano con abilità speciali o chissà cosa.
Bastava una pallottola ben piazzata.

Non bisogna mai cercare di capire una donna. Le donne sono immagini; gli uomini sono problemi. Se volete sapere quello che una donna intende veramente – ed è sempre un desiderio pericoloso – bisogna guardarla, non ascoltarla.


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